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Il Rondone sulla Piazza

Un rondone a terra addossato alla parete di un palazzo

Erano le 19 del 25 giugno 2026 e io e il mio amico Francesco ci siamo avviati per una passeggiata nella calura scemante di un pomeriggio di un’estate di fine giugno con temperature sopra la media stagionale. Volevo apprezzare l’imbrunire sopra la Città che colorava il cielo e le cose con cromatiche varianti del rosso, immaginando il pennello e la tavolozza di un invisibile artista che trasformava l’ordinario in straordinario, davanti al bambino stupito che ancora alberga rifugiato nel mio animo ribelle all’età, alle mode, alla resilienza ed al conformismo. Cosenza offre scenari immaginabili, storie possibili, racconti invisibili in un Teatro vivente. Piazza 11 Settembre, un tempo Duca D’Aosta, rimane ancora un emblema della nostra Area Urbana con i suoi alberi ornamentali che diventano maestosi quando le chiome sono ricche di foglie ravvivate al sole, o in autunno quando si colorano di arancio; polmoni verdi fondamentali che ristorano dal caldo anomalo di questi giorni. Io e il mio amico stavamo discutendo proprio del clima e di questo aumento delle temperature, convenendo che bisogna potenziare il verde nelle Città, spesso soffocate dal cemento. A conferma di ciò abbiamo fatto la banale prova di passare repentinamente dalla parte assolata della Piazza a quella riparata dagli ombrelli naturali degli arbusti, constatandone il refrigerio. Due palazzi di inizio Novecento si specchiano l’un l’altro come immobili sovrani che non cedono alla storia e che a volte sembra si guardino in cagnesco: Palazzo degli Uffici e Palazzo Rizzo, un’altra idea di architettura. Fa specie e sorprende ancora il fatto che in un’area di pochi metri quadri vi siano ben quattro librerie, di cui due sulla Piazza, a memoria di una Cosenza viva culturalmente e artisticamente, quella dei teatri, dei cinema d’essai, della musica, delle radio libere, dell’Iguana Disco Shop, di una forte coscienza sociale che ha visto, negli anni ’70, proprio su questa parte centrale della Città, conosciuta allora come Palazzo degli Uffici (quasi nessuno la chiamava Piazza Duca D’Aosta), la nascita di un vero laboratorio politico con movimenti e collettivi della sinistra extraparlamentare, fermenti legati ad Autonomia Operaia, dei quali io ho sentito solo il riverbero essendo, allora, solo un teenager. Questa Cosenza sembra non ci sia più, eppure basta osservare con uno sguardo più profondo per cogliere, in qualche crepa dei muri ingialliti dal sole, quel sogno di rivoluzione, quella voglia di rovesciare tutto.

Perso in questi pensieri continuavo a camminare quando mi sono accorto, grazie anche allo strepitio di alcune persone, di un rondone a terra, a rischio di essere calpestato. Si muoveva impacciato in una selva di gambe e carrozzelle, e questo non mi ha stupito, perché chi ha il cielo come spazio non si adatta ai limiti con i quali abbiamo a che fare noi bipedi umani. Sapevo che il rondone non si posa mai per terra perché ha le zampe troppo corte e deboli e le ali molto lunghe, per cui non è in grado di darsi la spinta per riprendere il volo. Se non fosse per la coda sembrerebbe un piccolo falchetto ed era alquanto combattivo nelle mie mani quando l’ho raccolto. Per non farlo stressare, nell’attesa che mi procurassero una scatola per trasportarlo, l’ho poggiato sulla scultura del Maestro De Chirico “I grandi archeologi” e il piccoletto/a si arrampicava con una certa agilità; l’arte può essere istintivamente tranquillizzante per un esserino come questo. Riflettei sul fatto che la qualità e il senso della cultura e della conoscenza si manifestano nel come noi trattiamo il più debole e nella capacità di riconoscere la bellezza in ogni cosa, specie nella natura. Continuavo ad accarezzarlo e, non solo io, ho notato lo stabilirsi di un clima di fiducia: come se il rondone avesse intuito il mio afflato protettivo nei suoi confronti, e ad un certo punto stava tranquillamente sulle mie mani. Voleva sopravvivere, non c’era dubbio. Chiamai mio cugino Stefano, naturalista specializzato ed entomologo, che io ho ribattezzato “cacciatore di farfalle”, il quale mi diede il numero della responsabile del Centro di Recupero Animali Selvatici di Settimo di Montalto Uffugo, dove l’indomani avrei potuto lasciare in buone mani il cuccioletto. Mi diedero una cassetta di plastica, di quelle che si usano per contenere gli ortaggi, e lui vi si è adagiato tenendosi forte con le zampe e con la testolina; come affacciato da una finestrella sul ciglio della cassetta, osservava curioso davanti a sé mentre lo trasportavo verso casa mia. Penso che ad un certo punto si sia fatto anche un pisolino.

Nel percorso verso casa c’è l’ambulatorio di un veterinario e con il mio amico Francesco abbiamo chiesto qualche consiglio, venendo così a conoscenza che era un cucciolo ormai quasi pronto all’esame di maturità: lo si capiva dalle ali nella parte inferiore. Ci venne spiegato come nutrirlo e come provare a farlo bere; bisognava farlo come avrebbe fatto la madre imboccandolo, per nulla facile per chi non aveva dimestichezza. Tra l’altro, il maneggiamento del veterinario e di una signora che lo volle tenere in mano, avevano innervosito l’orgoglioso cuccioletto, che, evidentemente, non gradiva essere maneggiato e studiato senza il suo consenso. Il veterinario ci diede uno scatolino per fargli passare la notte tranquillo e ci rasserenò sul fatto che sarebbe sopravvissuto anche una notte senza nutrimento e acqua, ma io comprai comunque della carne macinata e tornai a casa. Ho provato a farlo bere e mangiare ma era come se ormai non si fidasse più di me, incolpandomi in qualche modo del trauma subito prima di arrivare a casa, beccandomi con rabbia. L’indomani lo affidai alle cure di persone gentilissime che lo avrebbero nutrito e accompagnato fino a fargli spiccare il volo verso quell’immensità che un destino amaro aveva provato a togliergli. Mi sono informato nei giorni successivi sulle condizioni del piccoletto ricevendo rassicurazioni: si era nutrito senza problemi, dimostrandosi tosto e coraggioso. Ci penso ancora a quel figlio del cielo e lo immagino giocare con le nuvole e disegnare piroette insieme ai suoi compagni, senza odio, senza divisioni, senza guerra; è un pensiero che mi dà pace, immaginando un futuro nel quale gli esseri umani realizzino una comunità nuova prendendo spunto dall’armonia e dalla cooperazione delle quali la natura continua a darci esempio, e ritrovando quell’amore che Dante, nella sua Divina Commedia, indicava come la forza che muove il sole e le altre stelle.

Oneiros

2 voci raccolte

  1. Un racconto breve che ci fa riflettere sulla nostra mancanza di cura del ambiente, ci presenta una delle conseguenze… però che con un po’ di cura e attenzione possiamo ancora migliorare… e salvarci salvando…

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