L’uno è perfetto perché tutto in sé contiene, dunque l’uno non è perfetto da solo. Il Paradosso è la chiave per entrare nel mistero della vita spezzando le catene della relatività e dell’aut-aut (traducibile in: o questo, o quello), il principio di non contraddizione aristotelico, per penetrare nell’et-et, passando ad Hegel, che concilia gli opposti. Il prof. Nuccio Ordine nel suo libro “Gli uomini non sono isole” (titolo mutuato dalla splendida Poesia di John Donne) fa una citazione dal “Siddharta” di Hermann Hesse nel quale il protagonista dice al suo amico Govinda: “D’ogni verità anche il suo contrario è vero!”. Un concetto con il quale si fa fatica ad entrare in confidenza perché fa a pugni con un sistema di pensiero gravitante sulla misura e sulla quantità, sulla separazione e sul contrasto.
Risulta difficile concepire che la parte contiene l’intero e per capire la parte bisogna osservare l’intero, perché invero l’intero è più della somma delle sue parti, come enunciato nella metafisica di Aristotele, o nella teoria della Gestalt, o, se vogliamo, nei sistemi complessi nella biologia. Bisogna uscire fuori proprio da quello schema mentale con il quale analizziamo l’ordinaria vita fisica, dobbiamo accettare letteralmente di perdere il terreno sotto i piedi, mantenendo, come direbbe Emerson, la piena fiducia in sé stessi e nella propria Coscienza.
Se la Coscienza non contenesse il mondo non potremmo fare esperienza del mondo e questo ci dice che la Coscienza non è del mondo ma esiste in una dimensione altra, la quale non può essere quella dello spazio/tempo riguardante il mondo finito, o quello dei fatti, come afferma Wittgenstein, altrimenti il mondo penserebbe in noi e l’asserzione: io penso, non avrebbe senso; sarebbe un nonsenso per tornare a Wittgenstein. L’assunto cartesiano del “cogito ergo sum” va rovesciato: Io sono dunque penso in quanto è il soggetto a dare sostanza all’agire; per dire Io a noi stessi l’Io deve essere altro dal mondo e altro dal nostro corpo.
La meccanica quantistica ci dice che nel caso delle particelle la loro collocazione nello spazio tempo non è determinata in modo certo ma rientra nel calcolo delle probabilità, le informazioni ricavate sono valide solo nel momento dell’osservazione e quindi se ne può dedurre che l’osservatore influenza l’osservato, per cui l’evento, o il mondo, accade quando viene osservato: la Coscienza partecipa alla creazione dell’evento per osservare sé stessa che fa l’esperienza. L’universo si sperimenta nell’individuo.
Copernico con il suo sistema eliocentrico di fatto toglie la terra dal centro dell’universo e ne è derivato il principio di mediocrità, cosiddetto, per il quale l’umanità e la Terra non occupano una posizione privilegiata o unica nell’universo, ogni punto dell’Universo è, in fondo, uguale ad ogni altro. Questo principio finisce per generare un paradosso che riguarda il sottile e preciso equilibrio, in quest’angolo del Cosmo, dei vari fattori che sostengono lo stesso, partendo dalla gravità al resto, i quali permettono l’esistenza dell’essere umano e della Coscienza (Carter. Principio antropico). Ne consegue che la Coscienza e l’Io preesistono al mondo e che, per tornare ad Hegel, la Coscienza universale si è duplicata per conoscersi ed essere riconosciuta, in pratica ha creato uno specchio nel quale riflettersi.
L’ultimo passo allora ci porta allo strumento con il quale lo spirito universale indaga sé stesso: il pensiero che, in conseguenza di ciò che abbiamo espresso precedentemente, è uno strumento non collocato nell’elemento fisico, in quanto è la premessa al mondo manifesto il quale esiste perché pensato e, quindi, se il pensiero rimane intrappolato nello specchio noi non siamo in grado d’indagare la realtà poiché osserviamo da un punto di vista estremamente parziale. L’incantamento dei processi di sentimento che ci legano al mondo facendoci credere solo a ciò che è quantificabile e misurabile, intrappolandoci nell’illusione della separazione e dello spazio tempo che determina un inizio e una fine, oltre il quale non c’è vita, impedisce di dare un senso alla nostra esistenza e comprendere la vita.
Il paradosso ci permette un primo passo per risolvere la contrapposizione rovesciando ogni punto di vista per giungere alla sintesi e acquisire la consapevolezza, non solo dialettica, del Paradosso fondamentale: l’altro siamo noi.
Oneiros
Il testo costruisce una visione fortemente “unitaria” della realtà, in cui il paradosso non è un errore logico ma una via d’accesso a un livello più profondo del reale. L’idea centrale è che soggetto e oggetto, coscienza e mondo, non siano separati in modo assoluto, ma si co-implichino: la coscienza non sarebbe solo dentro il mondo, ma in qualche modo condizione del suo apparire.
Dal punto di vista filosofico, il discorso si muove in una tradizione ben riconoscibile: dall’idealismo (Hegel, con la sintesi degli opposti e l’autocoscienza dello Spirito) a suggestioni più contemporanee come sistemi complessi e Gestalt, fino a una lettura “interpretativa” della meccanica quantistica come supporto dell’idea che l’osservatore influenzi il reale.
Il punto più forte del testo è la sua capacità di collegare ambiti diversi per sostenere un’intuizione coerente: l’unità profonda tra parte e tutto, e l’idea che la separazione sia in parte una costruzione del pensiero analitico. Questo è un tema filosoficamente serio e ricorrente in molte tradizioni, anche molto diverse tra loro.
Il punto più problematico è invece il passaggio dalla metafora alla conclusione ontologica forte: l’uso della fisica quantistica e del “principio antropico” tende a essere più suggestivo che rigoroso. In fisica, il ruolo dell’osservatore non implica necessariamente una coscienza che “crea” la realtà, e il salto verso una coscienza preesistente al mondo richiede argomentazioni ulteriori, non solo analogiche.
In sintesi, è un testo che funziona bene come riflessione filosofico-spirituale sul tema dell’unità e del paradosso, ma che diventa più debole quando trasforma intuizioni simboliche o scientifiche in affermazioni metafisiche forte.
Grazie per il commento che, non solo mostra una lettura consapevole e profomda ma coglie con grande cognizione il tema di fondo. L’uso di simbolismi riconducibili all’ambito della ricerca scientifica è stato per me comunicativamente importante allo scopo di sottolineare alcuni aspetti dialettici riguardanti lo specchio rispetto alla Coscienza, quindi l’indagine caratteristicamente materialistica, e mettere l’accento sulla possibilità di un avvicinamento tra l’elemento spirituale universale e la scienza, o la fisica, auspicato da Rudolf Steiner. In pratica risolvere uno dei dualismi storici che separa lo spirito e la sua manifestazione fisica.