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Il Salice piangente

Salice piangente in un paesaggio naturale, immagine di copertina del racconto

Stava correndo sul viale che affiancava il corso principale e pensava che non era poi così male, ma se ci fossero stati più alberi e più verde intorno questo avrebbe costituito una maggiore rottura paesaggistica con il centro urbano e quel cemento e bitume che desertificano l’anima. Sentiva comunque della vita in quei profumi speziati mentre respirava a pieni polmoni grazie all’aumento dell’intensità della corsa. Si era preso un momento di pausa (più che altro mentale) da una settimana piuttosto pesante sul lavoro, e riteneva che il movimento aiutasse a schiarirsi i pensieri.

Era commesso in un supermercato dove c’erano periodi nei quali sembrava che la propria esistenza contasse nulla: una casella da spostare a destra e a sinistra, oppure all’ora tot piuttosto che all’altra, ferie che dovevano partire e non sono partite senza che alcuno tenesse in conto di abusare del tempo di una persona, della sua vita e di quella di chi con lui condivideva un affetto. Quando poi ci si metteva il direttore, sempre prono verso i titolari, con il suo atteggiamento arrogante e senza alcuna comprensione, intento solo a difendere il suo perimetro di comodità, la misura diventava colma e l’umore scendeva a livello dei piedi come il suo sguardo.

Mentre percorreva il viale aveva già incrociato due volte una donna che come lui faceva jogging ed era riuscito a notare il suo viso estraniato; sembrava chiusa nel suo guscio, come se il suo corpo fosse una conchiglia e la sua anima vi si fosse rannicchiata dentro. Non c’era quasi nessun altro nel parco, tranne una canuta signora con il suo volpino portato a spasso, ma doveva essere in là con l’età anche il cane, perché sembrava più claudicante della stessa anziana.

Al terzo incrociarsi con la donna, che correva come lui nel parco, da parte di lei, fino a quel momento, giusto un mezzo sguardo e non altro, e solo al primo incrocio, si ritrovarono a prendere fiato su un muretto sotto un magnifico salice piangente. Lui, dopo qualche minuto d’imbarazzo, prese il cuore con entrambe le mani e provò a chiederle come stesse. Lei, con tutta la diffidenza ormai tipica di una cultura figlia del tempo, dove l’altro è sempre un estraneo e un probabile nemico, che sembrava averla nutrita a tal punto che in lei era ramificata come le radici di una sequoia, rispose con un generico “bene”.

Lui non si volle arrendere e, senza farle altre domande, pensando che probabilmente era meglio, le raccontò dell’amara sensazione, un po’ deludente, che aveva avuto all’inizio della corsetta, per la poca vegetazione del viale, e le sue riflessioni sul cemento, così desertificante, presente nella città e che aliena e separa le persone, spezzando il senso di comunità. Lei si trovò piuttosto d’accordo con questa analisi, aggiungendo che la natura accoglie e rasserena, favorendo l’unione più che la separazione.

Si presentarono: lui si chiamava Dioniso, il padre era un filosofo che amava la compagnia e la buona tavola; il nome di lei invece era Circe, in effetti la madre era un’insegnante di storia e scrittrice di fiabe: ci risero su.

A un certo punto lui notò che lei aveva un anello al dito e, facendosi di nuovo coraggio, le chiese se fosse sposata. A quella domanda lei si rabbuiò molto e, nel rispondere, con uno sguardo stralunato, fece intendere che non aveva alcuna voglia di parlare di questo argomento. Per spezzare subito la cosa, lei fu costretta a chiedere: e tu?

Io vivo da solo da un po’ di anni, rispose, e aggiunse che è difficile ricostruire la fiducia in questo tempo nel quale la paura, e non il coraggio, guida le scelte individuali e sociali; abbiamo dato linfa a un sistema dalla competitività feroce, dove al centro c’è il profitto a ogni livello e non l’essere umano, tanto che anche i poveri, sulle briciole, si fanno la guerra. La solitudine, in questo senso, non è affatto un problema per me, anzi, ci vivo piuttosto bene, considerata la mia inclinazione un po’ anarchica e i miei molti interessi; ma se c’era un elemento per il quale poteva affermare di sentire una mancanza, era quello di non poter dire ti amo a qualcuno per sentirsi rispondere le parole: non “senza te non posso vivere”, no, ma “senza te non voglio vivere”. Per lui la libertà era imprescindibile e percepiva l’amore sempre come una scelta e mai come un obbligo. Riteneva che amare qualcuno presupponesse la libertà dell’amata o dell’amato.

A queste parole gli occhi di lei si fecero lucidi; si alzò e, guardandolo in modo sconcertante per alcuni istanti interminabili, se ne scappò letteralmente; fu davvero terribile. Pensò, non volendo, di aver acuito una ferita ancora aperta e sanguinante, percependo l’amarezza di chi, probabilmente, aveva una persona accanto con la quale pensava di essersi riconosciuta e specchiata, per poi sentirsi nella costrizione del non potergli dire quel ti amo sempre pronto e urgente sul ciglio dell’anima.

Sentire le braccia come catene che non si aprono, attendendo quelle parole, non voglio vivere senza di te, e sapere che non arriveranno, è un dolore più grande di qualunque solitudine. Sentirsi soli quando non si è da soli deve essere davvero desolante.

Si salutarono così, senza quell’abbraccio consolante che lui avrebbe voluto offrirle vincendo il proprio pudore e la di lei diffidenza, ma se ne andò volgendosi più volte, e con malinconia, a guardare quel meraviglioso salice piangente.

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