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Pensiero e volontà

Inizio del tramonto: il sole ancora a metà del cielo, una striscia d'oro sul mare e le nuvole all'orizzonte.

Quando Gandhi diceva di voler pensare, andava al telaio. Su questa sua affermazione, e su questa abitudine, ho molto riflettuto. Essendo figlio della filosofia antica, ritenevo valida l’idea platonica dell’ozio, quello che i Greci chiamavano scholḗ: il tempo libero dagli affari materiali e dagli affanni quotidiani, capace di permettere all’intelletto di elevarsi dal mondo sensibile per contemplare la verità e le idee. In questa prospettiva non c’era azione fisica; Platone intendeva l’ozio come purificazione dell’anima dalle passioni, come atarassia che permettesse al pensiero di fluire libero dai sensi.

Se però usciamo dall’idea ordinaria secondo cui l’azione avrebbe sempre a che fare con il fisico, e dunque con lo svolgersi di un movimento nella continuità del tempo e all’interno di uno spazio, possiamo affermare che il pensare è volontà; o, come direbbe Scaligero, potenza in atto, a maggior ragione quando esso è libero dai sensi che ne ottenebrano la purezza e la chiarezza. Ne Il mondo come volontà e rappresentazione Schopenhauer afferma il primato della volontà sul pensiero, ritenendo quest’ultimo, insieme all’intelletto e alla conoscenza, secondario rispetto ad essa. Non c’è dubbio che l’istinto di sopravvivenza, i desideri, le brame e le passioni siano pulsioni di una volontà nella quale la coscienza è dormiente, o sognante: l’essere è incosciente, e da qui nasce il pessimismo del filosofo, poiché in tale condizione non può esistere libertà per l’essere umano.

L’illusione della rappresentazione come unica realtà sostiene l’idea kantiana secondo cui non disponiamo dello strumento che ci permetta di conoscere la cosa in sé. In verità, lo strumento per indagare la realtà delle cose è proprio il pensiero, il quale sta a monte e non a valle della percezione dell’elemento fisico e del mondo rappresentativo, come Steiner chiarisce meravigliosamente ne La filosofia della libertà. La questione fondamentale è questa: se il pensiero è condizionato dai sensi, se è immerso nelle passioni e nella rappresentazione, dove concetto e percetto sono separati, noi navighiamo nel pensato e non nel pensare come atto in potenza.

Aristotele parlava di dynamis: il pensiero come concezione, elaborazione in un continuo concatenare e fluire, mentre il suo compimento, l’atto o energeia, è l’azione, la comprensione profonda dell’idea. Torniamo allora alla premessa iniziale: se la comprendiamo nell’unione tra concetto e percetto, e se ci rendiamo conto del movimento ciclico e preciso del telaio, esso diventa un esercizio di concentrazione e favorisce un sano pensare. Io stesso l’ho sperimentato con la bici e la pedalata in una splendida mattina di qualche anno fa: nel movimento costante e continuo, il mio pensiero si fece luminoso e compresi, proprio nel senso di fare mio, la Fenomenologia dello spirito di Hegel. Intuii il senso dell’autocoscienza che si duplica per essere riconosciuta e riconoscersi, per poi esperire la sintesi. La gioia che provai è indescrivibile; capii anche che il pensiero libero dai sensi crea, origina: ed ecco perché l’essere umano, nell’arte, non solo è libero, ma vive veramente.

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